ASPETTA, ORA TE LO DICO
di Giacomo
Firenze Santa Maria Novella

Partenza. Godo. Questo momento l’ho aspettato da decenni: il giorno di riaverti a un metro di distanza. Sotto terra ma a un metro, piccolo uomo superficiale. Ora non scappi, non puoi che stare lì e aspettare. E ti becco, eccome se ti becco. Mi piazzo lì e stavolta ti parlo per ore fino a che non ho detto tutto. Da qualche parte intorno, sopra, sotto, a fianco... da qualche parte ci deve essere ancora qualcosa di te che è in grado di ascoltare e io ho da parlare per ore.
Prato, Stazione Centrale
E sorrido anche perché mi sto portando dietro quel bambino che ero; è lui che scalpita dentro perché questo treno non corre abbastanza, è lui che ha domande pronte, chiuse da tempo immemorabile dentro una scatolina di legno di cui è il solo ad avere la chiave. E voglio vederlo quando la aprirà e te le riverserà addosso. Voglio vederlo saziarsi e non lo fermo. No che non lo fermo, neanche se gli venisse voglia di farci una pisciatina sull’erba che ti copre.
San Benedetto Sambro
Sto arrivando, lo senti che mi avvicino? “Vicino” è una parola nuova riferita a te, che non ci sei mai stato. Mai. In nessuno dei momenti importanti o in anche quelli piccoli che però valeva la pena di condividere. Non c’eri quando mi sono innamorato come quando mi sbucciavo le ginocchia. Non c’eri in nessuna vittoria, piccola o grande che fosse e non eri tu a rispondere quando di notte chiamavo di paura che era buio e sentivo i rumori.. Inutile uomo.
Bologna Centrale
Scendo. Si cambia. Il tempo di fumare una sigaretta aspettando l’altro treno. Già! Me le ricordo le tue dita gialle di nicotina e sempre la sigaretta all’angolo della bocca. Ganzo, il gallo del quartiere, col cuore che ti batteva nei pantaloni. E lei, quell’altra troia pronta a sentire come ti pulsava quel cuore lì. Bravi. Applauso. Clap clap! E poi via, che non c’è più niente che conta, come due allocchi, che il mondo è tutto vostro ed è vorticoso. Da un’altra parte i figli, la tavola da apparecchiare un po’ orfana, i quaderni da comprare, la sera da andare letto che manca qualcosa, ma che importa? A voi è bastato un frullo d’ali e tapparsi le orecchie per sentire solamente le vostre voci.
San Giovanni in Persiceto
Vediamo: le conto le cose che mi hai insegnato tu: a raddrizzare con il martello i chiodi storti, a mettere lo zucchero nella Coca Cola per fare la schiuma e a strimpellare Verde Luna al pianoforte. Un po’ poco per sentirsi padre. Tre cose: un po’ poco per dirsi uomo. Beh, ma poi ho fatto presto a impararne altre di cose, grazie a te: per esempio a sentirmi goffo e osservato da tutti mentre attraversavo una stanza o camminavo per la strada. E c’era quell’altro me che era il primo a guardarmi dal di fuori, mentre non mi sentivo mai veramente libero di muovermi, ed era il più crudele di tutti, quello che più di ogni altro si accorgeva di quanto fossero impacciati i passi. A sentirmi solo ogni volta che dovevo prendere una decisione importante, senza un consiglio, che avrei voluto andarci con te da un avvocato, o a chiedere un mutuo o avrei voluto saperti in macchina ad aspettare che finissi le prove della Maturità.
E ho imparato a passare a volte accanto a uno di quei tipi vincenti – sai quelli che tutto il mondo gli ruota attorno? – e provare una cosa che girava per lo stomaco, che era invidia, mista a inadeguatezza, non so. Ecco: non so. Mi hai lasciato crescere in mezzo a tanti “non so”.
Poggio Rusco
Oh, ma mica sono sempre stato piccolo, mica sei mancato solo quando cadevo di bicicletta! Questo rancore eterno non mi ha abbandonato mai anche se da uomo sono diventato più possibilista. Le cose cambiano: certo, mi sono detto, va bene, la vita è strana e le cose succedono. Nessuno aveva il diritto di tenerti in un matrimonio che ti ingabbiava. O aveva da decidere nella tua vita da uomo. Ma c’eravamo noi, cazzo, i figli non si sposano, si fanno e poi si tengono, in un modo o nell’altro. Magari a volte se ne va pure in giro orgogliosi.
Nogara
Per anni imprendibile e adesso sono a pochi chilometri, con tutta la voglia che avrei di metterti le mani addosso. Sai quante volte mi sono chiesto se prima di andartene per sempre ci avresti magari chiamato? In un angolo di me c’era la convinzione che l’avresti fatto, che avresti detto che ti eri tenuto tutta la vita un groppo in gola e magari una piccola stupida foto spiegazzata nel portafogli. Invece, oplà, te ne sei andato via invisibile come sempre: ti sei messo il cappello e sei partito per l’ultimo Hotel Miramare, senza salutare, senza guardare indietro.
E troppo tardi l’ho saputo, che avrei voluto vederti lì stecchito con la gente intorno che ti ricordava, che ti rimpiangeva e consolava la povera vedova e io che arrivavo e ti ridevo sul muso e ti dicevo una parola sola, che adesso non so, perché doveva essere talmente grande, forte, talmente sporca che non la si può preparare; doveva venire fuori da sola, lì, prepotente e che fosse buona a fare orrore a tutti ma liberare me e a castigarti per sempre.
Verona Porta Nuova
Eccomi.
Verona - Cimitero monumentale

Lettera dopo lettera sto leggendo il tuo nome.
Aspetta, fa freddo, ora mi copro un po’ e te lo dico.
La foto. Ma che ti è successo? A casa nelle vecchie fotografie sei alto, spavaldo. E poi c’è quella del giorno del fidanzamento, con mamma e i nonni che sorridono al fotografo e tu che hai gli occhi da un’altra parte e lo sguardo perso che sembra dire “ma che ci faccio io qua?”.
Fa freddo. Aspetta, ora te lo dico.
In questa invece sei un altro: piccolo, vecchio.
Mah... chissà, magari respiravi male alla fine. Magari hai avuto paura.
Sembra si sia fermato tutto, nessuno che va e viene, siamo così soli noi due.
E ora posso farlo.
Metto le mani sulla pietra. Certo non lo senti, ma lo avverto io come un tremore. E subito è come un fluido che mi gocciola dalle dita e si spande; un fumo azzurrino che continua a uscire lasciandomi vuoto. Più libero. Lo so, non ti raggiunge, ma faccio finta che ci riesca, sento che oltrepassa la pietra, poi si infiltra nella terra, scende, attraversa il legno.
Ti trovo.
Ti tocco
Ti faccio una carezza.
Aspetta, ora te lo dico.
Vabbè. Alla fine va bene così. Liberati anche tu.
Ti lascio andare via.

