Le 'Confessions' di Madonna che fanno impazzire il mondo
di Gabriele

La regina del pop è tornata ed è tornata alla grande frantumando in pochi giorni dall’uscita del suo ultimo cd una serie impressionante di record, dal primo posto in ben 26 Paesi al mondo Usa e UK compresi -vendendo oltre 4 milioni di dischi- alle 36 volte in cui è entrata nella top ten americana: ‘Hung up’ è appunto il suo trentaseiesimo singolo che riesce in questa impresa eguagliando così il record precedente detenuto niente meno che da Elvis Presley!
Madonna ci ha da sempre abituati a grandi cambiamenti nello stile musicale ed estetico, ma questa volta l’ex material mum è tornata sul trono del mondo rispolverando quel genere che la impose all’attenzione di tutto il mondo ormai tanti anni fa: la dance. Lo ha fatto con un singolo furbissimo ed accattivante come ‘Hung up’ e presumibilmente continuerà a farlo per molti mesi ancora, considerato che ad ascoltarlo bene quest’ultimo prodotto è zeppo di potenziali singoli vincenti.
‘Confessions on a dancefloor’ è quindi un ritorno alle radici della musica dance, un disco che mette insieme in uno straordinario mix Giorgio Moroder, gli Abba, i Jackson 5 e tanta blasonata dance dei favolosi anni dello Studio 54.
Ma attenzione, l’operazione non è un semplice remake ed è proprio qui che entra in campo una delle doti più importanti di Madonna: l’intuito, il fiuto per tutto ciò che farà tendenza. Per la stesura e la realizzazione del progetto ha quindi chiamato accanto a sé uno dei migliori musik-maker attualmente in circolazione, quel Stuart Price -o Jacques Lu Cont o Les Rythmes Digitales, come vi pare- che è uno dei dj più talentuosi dell’attuale scena dance mondiale. Ed è proprio grazie al genio di Price che si è materializzato questo irresistibile miscuglio di citazioni musicali che impasta la ‘rumba’ tipica degli anni ‘70 e ‘80 ai più moderni e sofisticati ‘rumori’ dell’elettronica dance attuale. La fluidità di tutto il disco è davvero straordinaria, così come lo stile accattivante di ogni pezzo che conquisterebbe anche il più ostinato denigratore del genere.
Dopo ‘Hung up’ che apre il disco, una vibrante sveglia fa da intro a ‘Get togheter’, brano che si spiega in sonorità alla Daft Punk in una dimensione fascinosa da club oscuro: si comprende subito che con questo disco la dance -o, come l’ha definita la stessa Madonna, la ‘future dance’- ha già assunto il ruolo di musica cult, piena di suoni rarefatti, atmosfere ipnotiche e magiche dove il basso è comunque il padrone assoluto che scuote da dentro, irresistibile. In ‘Sorry’ -dove l’incipit è preso da ‘Can you feel it’ dei Jackson 5- Madonna si dimostra ancora oggi maestra nell’interpretare brani di ottimo pop come questo 4/4 e di convincere come non mai. Un altro probabile prossimo singolo. In ‘Future love’ -tra le mie preferite assieme a ‘Jump’ e ‘Sorry’-, l’incontro è con Giorgio Moroder e la sua orgiastica ‘I feel love’ -interpretata nel 1977 da Donna Summer- mescolata al futuro di un pezzo com’è stato ‘Ray of light’ dalla sapiente mano di Mirvais. Meno convincente l’altra traccia prodotta da Mirvais, la successiva ‘Let it will be love’ , che ricorda troppo ‘Can’t get you out off my head’ di Kylie Minogue. Che Madonna l’abbia voluta così apposta? Con ‘Forbidden love’ il ritmo si prende quasi una pausa: il brano, pur rappresentando forse l’unica quasi ballata di tutto il lavoro, resta comunque nell’ambito della dance facendo il verso a Cher e al suo vocoder di ‘Believe’.
Si arriva così a ‘Jump’, vero inno del disco: ‘Voglio farvi saltare tutti dalla sedia’, aveva dichiarato Madonna alla presentazione di questo disco. Nel brano tornano la maestria di Moroder -la base ritmica è quella di ‘Now I need you' sempre di Donna Summer- e le sue grandissime intuizioni degli anni migliori. Brano che non ti fa stare fermo, dal ritornello che ti si appiccica in testa e difficilmente ti molla. Di certo anche questo un prossimo singolo.
Un altro momento clou del disco è ‘Isaac’, brano preceduto da tutte le polemiche relative al presunto riferimento al rabbino Isaac Luria che parte con un recitato in lingua yiddish da Yitzhak Sinwani per poi spiegarsi su ritmo incalzante e pieno di mugolii e lamenti alla ‘Frozen’. Il disco si chiude con ‘Like it or not’, che parte con una solenne introduzione di archi per svilupparsi poi su un tappeto musicale a metà strada fra l’oscuro pulse tipico di certo blues da anni ’70, i Rockets degli ‘80 ed i Goldfrapp dei 2000: ancora tanto ieri mescolato all’oggi, quindi.
In conclusione ‘Confessions on a dancefloor’ è un corposo affresco sonoro che arriva come il tributo ad una stagione intensa che ha cambiato non soltanto il senso della musica da ballo, ma l'intero mondo del pop. Allora come oggi c’era e c’è ancora lei, l’unica vera grande superstar a livello planetario degli ultimi decenni.
Gab.
Madonna ci ha da sempre abituati a grandi cambiamenti nello stile musicale ed estetico, ma questa volta l’ex material mum è tornata sul trono del mondo rispolverando quel genere che la impose all’attenzione di tutto il mondo ormai tanti anni fa: la dance. Lo ha fatto con un singolo furbissimo ed accattivante come ‘Hung up’ e presumibilmente continuerà a farlo per molti mesi ancora, considerato che ad ascoltarlo bene quest’ultimo prodotto è zeppo di potenziali singoli vincenti.
‘Confessions on a dancefloor’ è quindi un ritorno alle radici della musica dance, un disco che mette insieme in uno straordinario mix Giorgio Moroder, gli Abba, i Jackson 5 e tanta blasonata dance dei favolosi anni dello Studio 54.
Ma attenzione, l’operazione non è un semplice remake ed è proprio qui che entra in campo una delle doti più importanti di Madonna: l’intuito, il fiuto per tutto ciò che farà tendenza. Per la stesura e la realizzazione del progetto ha quindi chiamato accanto a sé uno dei migliori musik-maker attualmente in circolazione, quel Stuart Price -o Jacques Lu Cont o Les Rythmes Digitales, come vi pare- che è uno dei dj più talentuosi dell’attuale scena dance mondiale. Ed è proprio grazie al genio di Price che si è materializzato questo irresistibile miscuglio di citazioni musicali che impasta la ‘rumba’ tipica degli anni ‘70 e ‘80 ai più moderni e sofisticati ‘rumori’ dell’elettronica dance attuale. La fluidità di tutto il disco è davvero straordinaria, così come lo stile accattivante di ogni pezzo che conquisterebbe anche il più ostinato denigratore del genere.
Dopo ‘Hung up’ che apre il disco, una vibrante sveglia fa da intro a ‘Get togheter’, brano che si spiega in sonorità alla Daft Punk in una dimensione fascinosa da club oscuro: si comprende subito che con questo disco la dance -o, come l’ha definita la stessa Madonna, la ‘future dance’- ha già assunto il ruolo di musica cult, piena di suoni rarefatti, atmosfere ipnotiche e magiche dove il basso è comunque il padrone assoluto che scuote da dentro, irresistibile. In ‘Sorry’ -dove l’incipit è preso da ‘Can you feel it’ dei Jackson 5- Madonna si dimostra ancora oggi maestra nell’interpretare brani di ottimo pop come questo 4/4 e di convincere come non mai. Un altro probabile prossimo singolo. In ‘Future love’ -tra le mie preferite assieme a ‘Jump’ e ‘Sorry’-, l’incontro è con Giorgio Moroder e la sua orgiastica ‘I feel love’ -interpretata nel 1977 da Donna Summer- mescolata al futuro di un pezzo com’è stato ‘Ray of light’ dalla sapiente mano di Mirvais. Meno convincente l’altra traccia prodotta da Mirvais, la successiva ‘Let it will be love’ , che ricorda troppo ‘Can’t get you out off my head’ di Kylie Minogue. Che Madonna l’abbia voluta così apposta? Con ‘Forbidden love’ il ritmo si prende quasi una pausa: il brano, pur rappresentando forse l’unica quasi ballata di tutto il lavoro, resta comunque nell’ambito della dance facendo il verso a Cher e al suo vocoder di ‘Believe’.
Si arriva così a ‘Jump’, vero inno del disco: ‘Voglio farvi saltare tutti dalla sedia’, aveva dichiarato Madonna alla presentazione di questo disco. Nel brano tornano la maestria di Moroder -la base ritmica è quella di ‘Now I need you' sempre di Donna Summer- e le sue grandissime intuizioni degli anni migliori. Brano che non ti fa stare fermo, dal ritornello che ti si appiccica in testa e difficilmente ti molla. Di certo anche questo un prossimo singolo.
Un altro momento clou del disco è ‘Isaac’, brano preceduto da tutte le polemiche relative al presunto riferimento al rabbino Isaac Luria che parte con un recitato in lingua yiddish da Yitzhak Sinwani per poi spiegarsi su ritmo incalzante e pieno di mugolii e lamenti alla ‘Frozen’. Il disco si chiude con ‘Like it or not’, che parte con una solenne introduzione di archi per svilupparsi poi su un tappeto musicale a metà strada fra l’oscuro pulse tipico di certo blues da anni ’70, i Rockets degli ‘80 ed i Goldfrapp dei 2000: ancora tanto ieri mescolato all’oggi, quindi.
In conclusione ‘Confessions on a dancefloor’ è un corposo affresco sonoro che arriva come il tributo ad una stagione intensa che ha cambiato non soltanto il senso della musica da ballo, ma l'intero mondo del pop. Allora come oggi c’era e c’è ancora lei, l’unica vera grande superstar a livello planetario degli ultimi decenni.
Gab.