FATTELO AMICO
di Giacomo

Basta. Lo sai che hai fatto? Hai fatto piangere Gesù e ridere il diavolo!
Mamma no, ti prego!
Pregare, ecco cosa dovresti fare. Per farti perdonare. Hai conficcato un'altra spina nella fronte di Gesù, hai spinto più a fondo uno dei chiodi della croce!
Era infuocata. La vedeva così, come se fosse realmente avvampata di fiamme, spaventosa, con gli occhi gonfi e rossa in viso. Sapeva cosa sarebbe seguìto e di quello sì che aveva veramente paura. Lo stanzino buio; lì dentro c'era tutto e mancava tutto, era come una porta per un altro mondo.
Ora vai e ti rinchiudi nello stanzino buio.
Ma mamma…
Gli bastò guardarla un'altra volta per avere la certezza che non sarebbe servito a niente insistere, implorare, piangere. Anzi, aveva imparato, col tempo, che la punizione durava molto meno quando la subiva in silenzio. Le prime volte la chiamava, la supplicava di farlo uscire ma lei non rispondeva mai. E questo accresceva la sua paura. Pensava che forse se n'era uscita e l'aveva lasciato solo in casa. Solo con tutti i rumori che si sentivano lì dentro. Così non insistette più, piegò la maniglia e aprì la porta. Solo per un attimo riuscì a vedere qualcosa di quello che lo attendeva nell'ombra in quello spazio ristretto: la parete subito di fronte interamente rivestita di vecchi vestiti appesi e panni e sciarpe e cose polverose; una serie di mensole piene di scatole stipate e sul pavimento forme strane coperte da stoffe. E tutto scuro, senza colore. La scrutò un'ultima volta mentre si preparava a chiudere la porta: non guardava veramente lui, era come attanagliata da qualcosa più forte di lei e quello stava vedendo.
Ora prega, prega Gesù che ti perdoni. Lui vorrebbe tornare su nel cielo e tu lo tieni lì inchiodato alla croce.
E la porta si chiuse. E poi il rumore della chiave che girava prima una, poi due volte a sigillare il mondo fuori. Come le altre volte, provò a strofinare le mani sugli occhi per togliersi quel liquido caldo e appiccicoso che da lì partiva ad imbrattargli il viso, perché dopo, pensava, ci avrebbe visto meglio e si sarebbe accorto che non c'era niente lì oltre panni, scatole e vecchi giornali. La pressione delle dita sul viso lentamente lo calmò. La sentiva muoversi per la casa e desiderò profondamente che continuasse a spostare mobili, a fare rumore, perché i suoni provenienti dalla casa gli avrebbero impedito di sentire quelli dello stanzino. La seguiva negli spostamenti e riconosceva le diverse voci delle porte che apriva, dei pavimenti che calpestava. Pregò, come aveva detto lei, pregò tanto perché quei rumori non finissero mai. Poi tutto cominciò a farsi più flebile, attutito. Sentì la porta di casa aprirsi e poi chiudersi. E i passi, uno scalpiccio che si faceva sempre più lontano per le scale, fuori. Seguì il ronzare dell'ascensore che percorreva il suo cunicolo e si fermava, il sibilo delle porte automatiche che si dischiudevano e si serravano di nuovo e poi ancora il girare delle ruote, il vibrare delle cinghie mentre lei se ne andava. Allora restò in attesa, mentre tutti i sensi si acuivano, mentre il sudore cominciava a cambiare l'odore della piccola stanza.
Come tutte le volte, lo spazio che lo racchiudeva cominciò a prendere vita. La prima cosa fu una carezza sulla guancia.
Ho solo sfiorato la manica di un cappotto. E' una mano pelosa che adesso mi afferra. E' una sciarpa che si è mossa per via di quel filo d'aria che entra dai lati della porta. E' un dito lungo lungo, ora sentirò l'unghia che continuerà a salire in cerca dell'occhio.
Si buttò verso la parete di destra. Silenzio. Più niente a toccarlo.
Gesù, Gesù, non lo faccio più!
Ma che cosa aveva fatto poi? Provò a cercare di ricordare ma fu preso come da uno stordimento per lo stupore: non aveva più nessuna memoria di cosa aveva scatenato questa volta la punizione. Cominciò a contare: uno, due, tre, quattro... fino a sessanta. E quando arrivava a sessanta teneva a mente il numero grande dei minuti e ripartiva da uno. Così, segnandolo, annullava il tempo. Poi ci fu il passo. Lo sentì nettamente: il rumore di una scarpa che scricchiola nel camminare, due volte, per fermarsi proprio accanto a lui.
E' qui, alto, accanto e sopra a me, mi sta guardando; lui ci vede in questo buio, io no.
Nonostante non cambiasse niente, chiuse gli occhi. La paura di vedere qualcosa era più forte del terrore di non vedere niente. Se avesse riaperto gli occhi avrebbe sorpreso due puntini rossi che lo fissavano? E se avesse sentito ancora quel dito?
Uno, due, tre, quattro, cinque.. Quello era un soffio, sì era un respiro leggero ma cattivo, un alito proprio sui capelli. Otto, nove, dieci, undici... Si era piegato su di lui ad assaporarne l'odore? Quindici, sedici, diciassette, diciotto...
Restò immobile, accartocciato su se stesso, contando e segnando i minuti, aspettando che quella presenza si manifestasse più concretamente, con una carezza sui capelli giusto per cominciare, per fargli sentire che lo poteva prendere, ma che l'avrebbe fatto con calma, tanto aveva tempo. Si concentrò sull'immagine di Gesù sulla croce. Lo vedeva nettamente ad occhi chiusi. Adesso lui non era più un bambino cattivo, ma si era trasformato in un soldato ed era di guardia proprio lì. Prese la scala e l'appoggiò al legno, si avvolse il mantello intorno ad un braccio e salì sicuro. Quell'uomo ferito e sanguinante non aveva vita per guardarlo mentre avvicinava le dita alla sua fronte. Colse la corona di spine e cercò di tirargliela via, facendo nascere nuove goccioline di sangue che presero a rigargli le ciglia, il naso forte. La tirò ancora e venne via. Con un gesto risoluto l'afferrò e la gettò lontano, nella scarpata. Ecco, ora soffrirai meno! Poi si sporse a destra e seguì con lo sguardo il braccio magro e quella mano lacerata. L'uomo sollevò gli occhi a guardarlo e fu avvolto dalla luce, immensa, bianca, rassicurante.
Che fai, non vieni?
Cosa? Chi?
Allora, vieni fuori!
Sì, la porta era aperta; era tornata, e l'aveva perdonato. Ma quanto tempo era passato? Corse fuori e mentre lei richiudeva fece in tempo a vedere un'ombra che si ritirava, il lupo che tornava nella tana, il diavolo che rientrava al suo inferno, lì fra i vestiti appesi.
Hai pregato?
Si mamma, ho pregato.
E Gesù ti ha perdonato. Tieni, vai a comprarti un gelato.
Pensava dovessero sentirlo tutti quell'odore che lo seguiva mentre camminava per strada; c'era tutto dentro: sudore, paura, pipì, il sapore di quel fiato che gli era rimasto sul collo. Ma nel locale c'era profumo di dolci, di caffè, di pasticcini e si convinse che nessuno si sarebbe accorto della bolla appiccicosa di terrore che lo circondava. Prese il suo gelato e andò a goderselo, seduto sulla ringhiera della zona tavolini, fuori, a fare pace col mondo.
Hei Timo!
Timo. Timo per Timoteo, il nome insensato che gli avevano dato. Non si era accorto di quanto fosse improbabile fino a che non aveva dovuto fare i conti con la marmaglia del quartiere. In casa era rimasto sempre Timoteo ma per gli altri ci aveva dato un colpo di forbice e lo aveva convertito in Timo, oppure Tim o Timmy, a seconda dell'umore o della giornata.
Timo, che fai, lecchi?
Riconobbe la voce prima ancora di girarsi e gli venne da ridere. Stava per farlo ma si trattenne e preparò il medio per farlo entrare in scena insieme alla faccia da bullo con cui avrebbe accolto il suo amico.
Sì, lecco, mi ha insegnato tua sorella!
E si voltò. Fu un colpo, inaspettato e violento. Era sì Nicholas, con la stessa faccia da impenitente di sempre, ma non era solo; con lui c'erano altri tre ragazzi ed erano quelli che intendeva quando diceva «marmaglia». Erano proprio loro quelli che li avevano rincorsi mille volte, che gli avevano tagliato le tasche con i coltelli per prendersi gli spiccioli più nascosti, erano i responsabili della maggior parte dei lividi e delle cicatrici che li segnavano. Erano stati loro a tenerli a testa in giù nelle pozze di fango col braccio piegato dietro la schiena fino a quando non venivano presi dalle convulsioni. Erano stati loro. Ed ora Nicholas faceva parte del gruppo? Rimase praticamente a bocca aperta a fissarli passare immaginando che la cosa più elementare che potesse capitargli fosse sentirsi tirare via il gelato dalle mani per ritrovarselo pochi secondi dopo spalmato a più riprese sui capelli e sulla faccia. Invece non successe niente di niente; passarono e basta. Semplicemente uno dei più grandi si girò a dargli un'occhiata e gli disse:
Timo, continua a leccare. Esercitati per la prossima volta che ci incontriamo. Ti sarà utile.
E tutti risero. E lui continuò col suo gelato, meccanicamente, fino a terminarlo, ma senza più sentirne il sapore. Dopo un po' ci fu uno scalpiccio di passi concitati: Nicholas che tornava.
Timo!
Che… che è successo, Nicholas?
Timo è così.
Cosa così?
Se non puoi battere un nemico, fattelo amico.
Fattelo... amico.
Sì, fattelo amico. Mi dispiace Timo.
E io?
Mi dispiace.
E se ne corse via.
Così rimase solo, solo in tutta la città. Nicholas era stato la sua valvola di sfogo e insieme, tutti e due perdenti alla faccia del mondo, si erano fatti spalla l'uno con l'altro. Ma ormai era successo secoli prima e la sua vita era un'altra adesso. Usciva meno che poteva. Un giorno, più grande, sarebbe andato via da quella città e si sarebbe inventato un'esistenza diversa. Per il momento non poteva che aspettare, tra playstation e solitudine.
Cosa stai facendo?
Niente mamma, niente.
Timoteo lo chiami niente questo?
Cosa, mamma?
La televisione andava, soffocata dalle urla della mamma.
Questo Timoteo!
Il dito puntato verso lo schermo tremava di sdegno. Eccola di nuovo.
Donne seminude, soldi, gente sudicia che fa cose immonde a tutte le ore, come animali! E' questo che ti ho insegnato? E' questo che fai quando sei solo in casa?
Mamma non c'è niente di...
Male! Sì, Timoteo, è il male e tu lo lasci entrare in questa casa! Sei come tuo padre Timoteo, hai gli occhi sporchi e il cuore sporco e vivi insozzando tutto quello che tocchi!
Lo prese per una spalla e lo tirò in bagno, davanti al lavandino. Aprì il rubinetto e lo spinse contro il getto freddo.
Lavati gli occhi! Lavati gli occhi fino a che sarà andato via tutto!
Obbedì mentre lei girava in tondo per la stanza gridando verso il soffitto quanto fosse vergognoso quello che lui andava facendo. Prese l'acqua a piene mani e si strofinò il viso, ripetutamente, con violenza, cercando di imitare, per placarla, la stessa ossessione che aveva preso lei. Uguale a suo padre: si rammentava solo che quando era ancora forte lo prendeva per le braccia e lo faceva volare in alto ridendo e che anche quando era sospeso per aria si sentiva bene, protetto; ricordava che era buono con lui e che quando lei gridava, e gridava sempre e per tutto, gli faceva l'occhiolino e gli sorrideva. Ora capiva come era pieno di amarezza quel sorriso.
Non basta, ora devi pulirti il cuore. Con la preghiera. E tu sai come!
Lo stanzino. Oddio no. Era lì, la chiesa delle sue preghiere, la cattedrale, il tempio dove entrare in contatto con Dio e chiedergli perdono. Anche questa volta non fece resistenza; era come sempre, solo provò un po' più tristezza nell'incontrare lo sguardo perso di quella donna che pure amava. Era successo qualcosa dentro di lui, era diventato più adulto, poco, solo un piccolo passo, ma adesso la vedeva per quello che era: una donna malata, che aveva al mondo solo lui e la sua sofferenza.
Prega, Timoteo. Prega che Gesù ti perdoni e allontani da te il peccato!
E lo spinse dentro violentemente a sbattere contro la parete di abiti appesi. Chiuse. Colse, di là dalla porta, il lento scorrere della litania delle orazioni che la donna andava ri-petendo per la casa e cominciò a contare: uno, due, tre, quattro... Niente. Quando sarebbe cominciato? Non sentiva niente. Fuori dalla porta invece si era levato sommesso, lento, un salmo. Dieci, undici, dodici... Erano cambiate tante cose dall'ultima volta che era stato lì dentro; possibile che non provasse più paura? Certo non aveva più tre anni come la prima volta che ce lo aveva rinchiuso, ma non poteva credere... Diciassette, diciotto, diciannove... La voce continuò: «Venti!»
Fu uno schianto nella testa e una scarica elettrica su tutta la pelle. In un'onda silenziosa i capelli presero vita per poi trasmetterla ai piccoli peli sulle braccia. Poi un calore dal ventre che gli scendeva liquido per le gambe.
Oh, oh, Tim, te la stai facendo sotto!
Non voleva farlo ma gli uscì la domanda, ritmata dal cuore che martellava:
Chi… chi c'è?
Oh, andiamo, lo sai chi sono.
Allora lo avvertì. Era lì, seduto su una vecchia valigia. Improvvisamente seppe quanto era alto, magro, scuro; seppe che aveva un cappello nero sulla testa e che stava lì, con le ginocchia piegate, i gomiti puntuti appoggiati sulle cosce ad aspettarlo da sempre e allungava le mani verso di lui. E seppe anche che non aveva niente per combatterlo. Gli tornò in mente Nicholas. Se non puoi battere un nemico, fattelo amico, aveva detto.
Allora, Tim, ci sei arrivato?
Sì. So chi sei.
Strano però, non sento la paura. Fatti un po' annusare.
Si sentì afferrare per il mento, tirare e poi fiutare. Fu avvolto da quel calore e dall'odore e percepì lo scorrere di quella faccia sui suoi capelli, e l'aria che veniva risucchiata in quelle narici profonde.
Io non ho nessuna paura.
Davvero?
Tutte e due le mani gli si strinsero alle tempie e poi andarono a premergli gli occhi.
Guarda allora!
Fu come se lo spazio si dilatasse improvvisamente; le pareti scricchiolarono mentre si spostavano, si aprirono e lasciarono entrare il mondo. Era su una rupe e vedeva il profondo precipizio che si apriva sotto di loro. Niente era chiaro e niente era fermo. La terra si muoveva, densa di strane forme che strisciavano, che si contorcevano emettendo lamenti, guaiti, schizzando improvvisamente verso di lui come a prenderlo, per poi ricadere con tonfi gravi e dolorosi. Sembrava fosse sparito tutto l'ossigeno e che i suoi polmoni si fossero ridotti a due prugne secche. Poi, come si era spalancato, lo stanzino si ricompose.
L'hai riconosciuto? Sai cos'è?
E' l'Inferno.
Oh, no! – rise – non l'Inferno. Questo è solo l'accesso!
Io non ho paura di te e non ho paura dell'Inferno!
No?
No, se mi porti all'Inferno, tanto lì ci trovo mio padre e con lui sono al sicuro!
Tuo padre, Timmy?
Sì, mio padre.
Tuo padre, Timmy?
Sì.
Cosa ti fa pensare che sia nostro ospite?
Me… Me l'ha detto lei!
E cos'altro ti ha detto, Timo?
Ci pensò. Cercò di riassumere in un unico concetto quello che gli aveva detto, poco per volta, nel corso degli anni, quando il discorso cadeva su suo padre e sul suo somigliargli tanto nella propensione al peccato. Gli aveva detto, ma in realtà era sempre a se stessa che parlava, che era un uomo cattivo, che Dio l'aveva punito per quello che faceva con le mani, per quello che vedeva con gli occhi e che diceva con la bocca. Ora capiva anche cosa intendesse quando diceva che le sporcava l'anima, capiva cosa era successo in quella camera quando certe mattine, appena lui se ne andava, lei riempiva la vasca di acqua bollente e si immergeva pregando, piangendo, chiedendo perdono a Dio e si lavava, si lavava, si lavava... Se l'era preso il Diavolo, gli disse, e non sarebbe tornato mai più.
Questo ti ha detto?
Sì.
E cos'altro ti dice, Timo?
Che sono uguale a lui.
Beh, lo diventerai, di questo passo!
Che significa?
Significa che crescerai diventando sempre più piccolo. Capisci cosa voglio dire? I tuoi pensieri non cresceranno mai. E poi troverai sempre qualcuno che riderà di te, imparerai a sentirti sempre più niente, a bere per avere una compagnia, per sentirti un uomo grande, a bere tanto.
Papà beveva?
Quello se l'è portato via, non io!
E l'Inferno?
Per esserci stato... sì, all'Inferno c'è stato, Timo, ma non il mio.
Così dicendo si alzò in piedi e poi si curvò ad armeggiare con la vecchia valigia su cui era stato seduto fino ad allora.
Cosa fai? Cos'è quella valigia?
E' il mio lavoro.
Fece scattare le serrature, una dopo l'altra, e la aprì, mostrandone il contenuto. Nel buio dello stanzino riuscì a scorgere come un mulinello di mari in tempesta che si rimestava, di un blu intenso, più spaventoso del nero, composto da mille onde che si agitavano limacciose e ricadevano su se stesse.
Sono...?
Certo, Timo. Io le porto via.
Allora abbandonò la testa all'indietro e rilassò gli occhi e anche il cuore. Davvero non aveva più nessuna paura, anzi, gli sembrava ormai tutto tanto facile. Si raccolse e aspettò. Percepì il suo compagno di stanza che si espandeva, come un gas. Cresceva, si dilatava, a riempire tutto lo spazio, con la sua valigia in mano.
Vieni, ti ho fatto posto. Ora ti prendo con me, disse.
Riconobbe lo scricchiolio delle scarpe e poi un passo e un altro e un altro e un altro ancora. Dalla porta socchiusa lo sentì percorrere il corridoio e raggiungere la cucina, da dove proveniva quella sommessa litania. Poi i passi si fermarono. Anche la litania. E fu silenzio. E fu un nuovo giorno.